MIGLIORARE LE RISORSE UMANE di Mauro Berruto

pubblicato in: Psicologia e Pallavolo | 0

Nel campo delle relazioni umane, l’unica regola certa è che non ci sono regole. Questo lascia grandi possibilità a tutti di migliorarsi, di imparare: un po’ come nello sport dove capita che qualche volta il più debole possa battere il più forte, permettendo a tutti, deboli e forti, di crederci. Molti di noi, per aggiornarsi, hanno visto lavorare team e squadre nazionali, o parlato con grandi allenatori e atleti. Infatti solo l’aggiornamento permette di mantenere viva la possibilità di migliorarsi.

I GRANDI DIFETTI DI PICCOLE CAUSE
Molti vivono nel terrore continuo di commettere errori. L’oggetto di questa paura deve, credo, essere più precisamente definito. Tutti noi allenatori non dovremmo temere l’errore in se stesso, che peraltro è strumento indispensabile per un percorso corretto di apprendimento ma piuttosto la ripetizione dello stesso errore. In sostanza porsi l’obiettivo di eliminare tutti gli errori è sicuramente frustrante; commettere sempre meno errori diversi dai precedenti e, soprattutto, imparare la strada per cambiare, sono obiettivi raggiungibili e appaganti. Un errore da non commettere è quello del non intervenire sulle piccole cause. Permettere che dei piccoli errori di natura tecnica, di atteggiamento, di relazione, di comunicazione, possano sommarsi fra di loro consente alla loro piccola carica distruttiva di moltiplicare i suoi effetti. Quando si decide di intervenire per la soluzione di un errore occorre farlo immediatamente e con continuità. Ma quando la soluzione di un errore non c’è o non si è in grado di trovarla, allora è meglio ignorare l’errore, cancellarlo, dimenticarlo e non, al contrario, sottolinearlo.

L’UTOPIA E IL SENSO DEL GRUPPO
Siamo tutti consapevoli dell’importanza della motivazione. Ma quando le mete sono troppo alte per i soggetti che se le sono poste? Nessun alpinista si concentra esclusivamente sulla cima della montagna da scalare. Piuttosto l’attenzione e la concentrazione massima sono su ogni singolo appiglio. Il raggiungimento della vetta è sempre una conseguenza diretta della somma di ogni metro superato. La motivazione delle persone passa attraverso la partecipazione. E la partecipazione passa attraverso il rispetto delle individualità. E’ fuori discussione che in uno sport dove sei persone devono muoversi in maniera assolutamente coordinata e dinamica in uno spazio di appena 81 metri quadrati, il senso del gruppo è un valore fondamentale. Ma non credo che sia mai possibile arrivare a costruire questo senso del gruppo passando sopra agli individui. Il punto nodale è sempre l’individuo nella complessità di tutti i ruoli che costruiscono la sua personalità (atleta, professionista, studente, lavoratore, figlio, genitore, ecc.). Solo il rispetto fra gli individui costruisce le fondamenta di un solido senso del gruppo. Un allenatore può mancare di rispetto ai suoi atleti in tanti modi, tutti di pari importanza: non preparare l’allenamento, sottolineare le caratteristiche o le prestazioni negative, esaltare o colpevolizzare, non offrire pari opportunità a tutti.

DALLA CENTRALITA’ DEL CAPO ALLA CENTRALITA’ DEL GRUPPO
Il raggiungimento di uno scopo, giocare nel campionato di A1, vincere un titolo olimpico, aumentare i profitti di una società, guadagnarsi il rispetto del proprio “gruppo dei pari” passa attraverso la definizione di precise strategie. Gruppi vincenti, nello sport, come in aziende di successo, hanno tracciato una strada che prevede una transazione dalla mitica cultura della centralità del capo, necessaria per garantire controllo e coordinamento delle attività, a una nuova centralità del gruppo, molto più funzionale alla innovazione e alla diretta responsabilità individuale. In questo senso il ruolo del capo sarà ancora più “centrale”, ma soltanto a patto che egli rinunci al mito della monarchia assoluta, del governo diretto di tutte le attività, per concentrarsi invece sullo sviluppo, sulla responsabilizzazione, sulla partecipazione dei suoi collaboratori e degli atleti a disposizione. Se il rapporto allenatore-staffdirigenti-atleti infatti si limita a richiedere disponibilità, ordine, puntualità, professionalità è semplice collaborazione. Ben altra cosa rispetto alla cooperazione, che ricerca invece l’integrazione delle competenze, la condivisione delle tensioni emotive. La centralità del gruppo vive un momento esaltante nel momento della condivisione, a patto che questa condivisione sia leale e riguardi tanto gli aspetti positivi che quelli negativi della vita del gruppo. Una specie di questa condivisione riguarda, per esempio, la scoperta e la soluzione dei problemi. Molto spesso ci si aspetta troppo dall’allenatore: egli non deve essere sempre colui che risolve ma, più semplicemente, colui che allena. Non ritengo che sia compito dell’allenatore quello di scovare o inventare l’esercizio perfetto per allenare un fondamentale, ma piuttosto quello di fare in modo che gli atleti, di cui in quel preciso momento può disporre possano terminare l’allenamento realmente convinti di aver allenato quel tal fondamentale. Ma chi meglio degli atleti stessi dispone degli strumenti più precisi per realizzare questo obiettivo? Chi conosce un altro meglio di se stesso? Un allenatore che gioca a fare lo psicanalista con gli uomini che allena perde credibilità. Un allenatore che chiede agli uomini che allena le cose che di loro non conosce dimostra attenzione e sensibilità. I problemi che nel corso della stagione inevitabilmente si presenteranno, infortuni, sconfitte, problematiche tecniche e tattiche, riguardano tanto l’allenatore quanto gli atleti e sarà quindi insieme che andranno risolti. Chiamarsi fuori dalle responsabilità non solo sfavorisce la soluzione dei problemi ma, peggio, genera un clima di sospetto.

NECESSITA’ O POSSIBILITA’
Ogni allenatore sceglie una propria via per ottenere i risultati che si propone. Può affidare compiti estremamente precisi ai propri atleti e chiedere loro il massimo rispetto delle mansioni assegnate oppure lasciare grande spazio alle persone, stimolando la fantasia, la capacità di adattamento alle situazioni, il “sapersela cavare” in ogni occasione. Ci sono individui che organizzano la loro vita in base a ciò che è necessario fare. Costoro sono attratti da ciò che è sicuro, parlano sempre di doveri e di obblighi richiedendo e richiedendosi il rispetto rigido delle regole, dei ruoli, delle mansioni. Di fronte a ogni tipo di scelta seguono sempre e solo la strada della quale sono assolutamente certi. Questi sono coloro che sono motivati dalla necessità. Ci sono invece degli individui che provano attrazione da ciò che è sconosciuto e che hanno bisogno di esplorare, di conoscere, di vagliare tutte le ipotesi e tutte le possibilità. Costoro cercheranno sempre nuove iniziative, nuovi processi, ameranno i rischi e le sfide. Costoro sono invece l’esempio di coloro che sono motivati dalla possibilità. Vorrei riuscire ad astenermi dal giudicare chi è più affidabile o simpatico di questi due tipi: credo invece che sia necessario essere consapevoli dell’esistenza e della pari dignità di questi modi diversi di vedere le cose, sforzandosi di non comunicare seguendo la necessità o la possibilità; ciascuno deve avvicinarsi ai propri atleti, nel tentativo di scovare, per ciascuno di loro, la chiave giusta.

VALE PIU’ LA PRATICA DELLA GRAMMATICA
Quello dell’allenatore è quindi un lavoro fatto di sensibilità. Sensibilità ai carichi di lavoro, alla gestione dei tempi di recupero e di riposo, alla vita e ai movimenti del gruppo. Ma soprattutto di sensibilità nei confronti della personalità di ciascuno degli atleti di cui dispone. Talvolta si confonde l’esperienza con l’età. Ma se per un pilota l’esperienza può essere quantificata con il numero di ore di volo, nel campo delle relazioni umane i criteri sono altri. L’esperienza, o meglio, la somma delle esperienze deve accompagnarsi a una disponibilità alla verifica continua della forza delle proprie idee, che è del tutto indipendente dall’età anagrafica, ma è piuttosto un tratto caratteristico della personalità, che fa a pugni con la presunzione. Anche i gruppi vincenti attraversano momenti difficili legati alle sconfitte, al mancato raggiungimento di obiettivi, a conflitti di personalità. Tutto questo fa parte del gioco tanto quanto l’ottimismo e il pessimismo fanno parte della vita quotidiana di tutti noi. Ma la lealtà, il rispetto e la fiducia sono valori buoni per tutte le stagioni. Se saremo riusciti a non mettere in discussione il valore delle persone potremo attraversare indenni anche i momenti difficili, potremo decidere con serenità del nostro futuro e, soprattutto, potremo analizzare con lucidità tanto i perchè delle stagioni vincenti quanto quelli delle stagioni negative. Questo forma l’esperienza; la disponibilità a cambiare idea e il valore del buon senso, che permette di sostenere che, chi non ha più nulla da imparare, deve smettere di insegnare.