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ALLENARSI A GIOCARE

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La componente gioco nell’allenamento (di qualsiasi livello) non deve mai mancare. L’allenatore dovrebbe attingere dal gioco quelle informazioni che gli servono per impostare un piano di lavoro, dal singolo allenamento al piano annuale. Vedremo di seguito alcuni “aspetti concreti” che spesso ci si presentano in palestra.

PARTIRE DAL GIOCO
Il concetto di “partire dal gioco” significa partire dalla sua struttura, cioè fase ricezione (ricezione-alzata-attacco-copertura-muro-difesa-contrattacco) e fase battuta (battuta-murodifesa-alzata-contrattacco). Ovviamente ci vogliono i fondamentali per fare questo, ma non il contrario. L’azione di gioco non deve essere vista come una semplice somma dei fondamentali. La globalità come concetto, un discorso che sta alla base e che si trasferisce negli esercizi. Il perché si deve fare una cosa traendo riferimento costante dal gioco, anche mentre si insegna un aspetto particolare o strettamente analitico. Alcuni esempi. Si palleggia spesso a coppie, non è che sia sbagliato, ma in partita non succede mai, dato che dopo il bagher c’è subito l’alzata. Quindi invece di palleggiare semplicemente a coppie lo si fa imitando un appoggio, un’alzata, in modo che il feed back sia diretto. In coppia si allena spesso anche l’attacco difesa, mentre in partita non capita mai che l’attacco parta dal proprio campo e addirittura con palla bassa. In allenamento quindi bisognerebbe riprodurre l’esatta realtà della situazione gioco in modo che tutta l’attività svolta serva “direttamente” alla funzione che ci sta più a cuore: il gioco. Il punto cruciale sta quindi racchiuso in queste due filosofie di allenamento: estrapolare un aspetto del gioco e lavorarlo a parte o lavorare a parte per poi sommare il tutto ottenendo il gioco? Sono due modi completamente diversi di vedere le cose. A mio parere la via da percorrere è quella di insegnare a giocare, cioè prendere una parte e lavorarla da sola perché c’è bisogno che tutta l’attenzione sia rivolta su quell’aspetto; ma dopo averla lavorata reinserirla subito nel contesto del gioco. Facendo il contrario, oltre che poco produttivo, risulterebbe poco motivante per i giocatori.

IMPARO LA TECNICA PER GIOCARE, O GIOCO PER IMPARARE LA TECNICA?
Ovviamente per giocare abbiamo bisogno delle tecniche, ma tutto deve partire dal gioco. Uno degli approcci più diffusi nell’insegnamento della pallavolo è quello di partire dai fondamentali ed in seguito con l’assemblaggio dei vari fondamentali, si dovrebbe arrivare al gioco. In realtà le cose non stanno proprio così. La situazione effettiva di un giocatore (dal minivolley alla serie A) parte dal gioco. Un allenatore deve quindi porsi la domanda “come è una partita?” e da li decidere che cosa bisogna allenare. Spesso si comincia con esercizi (tecnici, coordinativi, ecc.). Ora proviamo ad invertire la normale prospettiva. Il gioco si divide in due parti: quando battiamo e quando riceviamo. Per fare punto partendo dalla ricezione cosa ci vuole? Ricezione, alzata e attacco. A volte però per problemi tecnici (come può succedere nel giovanile) la ricezione non è all’altezza. Allora ci si chiede: qual è la cosa più importante per ricevere? Oltre alla valutazione della traiettoria, lo spostamento, ecc. è il bagher. Allora si potrà insegnare il bagher anche con esercizi analitici, ma avendo presente per che cosa lo si fa: per poter fare ricezione, alzata e attacco, cioè il gioco. Spesso però c’è ancora l’idea di proporre esercizi strani o complicati tanto per variare. Gli esercizi devono variare sempre in base a quello che realmente succede nella fase di gioco.

FONDAMENTALI SI’, FONDAMENTALI NO
Negli sport di squadra come nella pallavolo la tecnica è condizionata permanentemente dalla situazione, cioè dall’avversario, dal tipo di palla, ecc. il che non significa che ognuno adotta la tecnica che gli pare. Ci sono principi biomeccanici da rispettare e proprio in base a questi esistono i cosiddetti “fondamentali”. Secondo una pallavolo globale bisogna insegnare la tecnica nelle situazioni e correggerla analiticamente. Prendiamo ad esempio la schiacciata: per fondamentale corretto si intendono i giusti passi della rincorsa, lo stacco a tempo, il colpire la palla col braccio esteso, il controllo della chiusura e l’atterraggio. Ma da qui a “saper schiacciare” la strada è ancora lunga. Un giocatore può essere in possesso di tecnica sopraffina ma non essere efficace. Quindi solo la tecnica non basta, la situazione di gioco è essenziale. Imparare i fondamentali è un procedimento corretto, ma a condizione che crescano in diretta relazione a confronto con il gioco.

COSA SUCCEDE E QUANTE VOLTE?
È necessario sapere anche come e quando una determinata situazione può capitare in partita. L’allenatore quindi dedicherà più tempo alle situazioni che in partita accadono più spesso. Prendiamo ad esempio ancora la ricezione. Dagli scout sappiamo che una quota di ricezioni sono scadenti e obbligano a giocare la palla alta. Dedichiamo il tempo necessario a questa situazione? Un altro esempio: dopo la battuta l’alzatore difende e la palla deve essere alzata da un altro giocatore. Siamo preparati a farlo e soprattutto dedichiamo del tempo per allenare questa situazione? Come queste, esistono svariate situazioni che in partita ci si presentano, ma spesso in allenamento non sono riprodotte adeguatamente e perciò la risposta rischia di essere negativa. A volte sentiamo allenatori che dicono: “sbagliamo le cose più facili”. Ma se si analizza attentamente si potrebbe scoprire che quelle cose “facili” colgono spesso impreparati i giocatori. Un altro esempio? Prendiamo una difesa avversaria che torna subito nel nostro campo. Quale schema dobbiamo fare? Quello della fase ricezione o si chiama una seconda palla per il contrattacco? Abbiamo pensato a dare una risposta a questo problema? Queste sono cose concrete e come altre devono essere allenate perché fanno parte del gioco. Ed il tempo che devo dedicare ad una cosa o all’altra dipende da quante volte succedono nel gioco.

L’ESERCIZIO: UN AIUTO PER GIOCARE MEGLIO
Un errore da evitare è allenare i giocatori a fare un esercizio ponendo l’attenzione solo sul fare bene tale esercizio. Invece deve essere visto come strumento per imparare a giocare. A volte l’esercizio, soprattutto quando è analitico e molto diverso dal gioco, viene visto fine a se stesso e non come una parte che deve essere reinserita appena si può. Un classico esempio è l’attacco-difesa a coppie: non è detto che chi difende bene in coppia sappia difendere. Non che si debba eliminare l’attacco-difesa a coppie, ma si tratta di farlo con la consapevolezza che quella è la base minima, elementare per la difesa. In effetti la difesa è un’altra cosa: viene da sopra la rete, arriva con angoli diversi, c’è il muro che disturba, lo spazio da difendere è in relazione ai compagni, ecc. Risulta chiaro che la differenza non la fa il fatto che si faccia o no questo esercizio, bensì la relazione che questo occupa nel gioco e quindi nella metodologia di allenamento.

FARE DELLE SCELTE
Prendiamo la nostra squadra, la analizziamo e pensiamo che ci sono almeno venti cose da migliorare: non è possibile fare tutto e subito, bisogna fare delle scelte. Identificare le priorità è la chiave giusta. Poi si può lavorare anche su altri aspetti, ma ci sono alcune cose che, se migliorate, fanno fare il salto di qualità. Il problema adesso è capire quale sono gli aspetti principali da migliorare per ottenere un gioco che sia adeguato alla categoria, agli obiettivi, alle potenzialità ed ai mezzi a disposizione. Osservare attentamente il gioco è essenziale e solo da li possono partire gli imput per impostare un piano di lavoro corretto. Questo vale sia per la squadra che per i singoli giocatori, in un’analisi che deve essere continuamente confrontata con i nuovi livelli raggiunti giocando